L'Università come opportunità di riscatto sociale e sviluppo economico
L’Università è uno strumento essenziale nel progetto di una società più ricca e più giusta. In questa prospettiva, due sono le funzioni istituzionali fondamentali del sistema universitario: garantire l’effettiva eguaglianza delle opportunità dei cittadini, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali delle loro famiglie; promuovere e premiare l’innovazione, come fattore decisivo di progresso tecnologico, economico e sociale del Paese.
L’eguaglianza delle opportunità richiede che il merito nello studio e nel lavoro divenga il principale criterio di attribuzione delle opportunità di formazione, inserimento e avanzamento professionale dei cittadini, rivoluzionando gli attuali criteri di trasmissione del potere e della ricchezza, che privilegiano fortemente l’appartenenza familiare.
L’innovazione nella ricerca scientifica è fondamentale per recuperare margini di efficienza nell’uso delle risorse disponibili e, soprattutto, nella capacità dell’Università di favorire lo sviluppo del Paese attraverso il trasferimento dei risultati della ricerca e della formazione universitaria nei sistemi tecnologici e organizzativi delle imprese e della Pubblica Amministrazione.
Perseguire l'obiettivo di un'università che garantisca pari opportunità di crescita individuale e che sia al contempo un vero fattore di sviluppo economico non può tradursi solo nel proporre riforme più o meno strutturali del sistema. Negli ultimi due decenni abbiamo infatti assistito ad un sistema in perenne transizione, dove l'alternarsi di governi di destra e di centro-sinistra ha portato ad un succedersi di “riforme di carta”, mai giunte a produrre effetti concreti, per il sovrapporsi di nuove iniziative legislative. In questo quadro, la Regione dispone, tuttavia, di strumenti e risorse per imprimere una svolta verso la modernizzazione del sistema universitario: da un lato, è titolare degli enti preposti al diritto allo studio; dall'altro, è l'istituzione che più di altre può facilitare il trasferimento tecnologico e di capitale umano dal mondo accademico alle imprese del territorio.
1. Diritto allo studio e finanziamento pubblico dell’Università
Qualsiasi discussione riguardo a specifici aspetti del diritto allo studio (accesso ad alloggi e vitto adeguati, potenziamento delle borse di studio, ecc.), è stata negli anni prigionieria di un luogo comune: basse tasse universitarie per tutti gli studenti sono funzionali alla garanzia del diritto allo studio. Per questa ragione, le tasse universitarie coprono oggi circa il 15 per cento dei costi della formazione universitaria, mentre circa l’80 per cento degli stessi sono a carico della fiscalità generale. Inoltre, l’esiguità relativa delle tasse universitarie ha reso poco rilevante la loro differenziazione in relazione alle condizioni socioeconomiche delle famiglie degli studenti.
È necessario chiarire che la copertura parziale dei costi degli atenei a carico della fiscalità generale corrisponde non solo a un intento “solidaristico”, ma anche all’opportunità di far sostenere alla collettività, mediante le imposte, parte del costo della formazione e della ricerca universitaria in funzione del loro contributo allo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese. Pertanto, rimane un tratto irrinunciabile della nostra proposta il principio che le tasse universitarie non debbano costituire l’unico strumento di finanziamento del sistema di formazione universitaria, come del resto accade in tutti i paesi sviluppati.
Tuttavia, il diritto allo studio deve diventare strumento per favorire allo stesso tempo la mobilità sociale e lo sviluppo economico, più che un generico diritto all’assistenza pubblica. In altri termini, il diritto allo studio è lo strumento principale di garanzia dell’eguaglianza delle opportunità degli studenti provenienti da diversi contesti sociali e familiari, rispetto all’accesso e alle potenzialità di successo negli studi universitari e all’affermazione personale e professionale. A partire da questa visione del diritto allo studio, occorre chiedersi se mantenere basso (e quasi uniforme) il livello delle tasse universitarie sia il miglior modo di impiegare il finanziamento pubblico a favore della formazione universitaria (che ammonta a circa lo 0,6 per cento del PIL, pari a circa il 60 per cento del finanziamento complessivo del sistema universitario).
1.1. Limiti dell’attuale modello di garanzia del diritto allo studio
L’investimento in formazione universitaria che studenti e famiglie “scelgono” di effettuare è il risultato di una serie di aspirazioni, desideri, interessi culturali, ma anche di valutazioni che cercano di compararne i costi e i benefici attesi. Per loro natura, i costi sono prevalentemente immediati mentre i benefici sono differiti nel tempo (nella forma di opportunità di inserimento e carriera degli studenti) e comunque incerti. L’incertezza relativa ai benefici è particolarmente rilevante per le famiglie delle fasce più deboli per condizione sociale ed economica, in ragione della limitata informazione in merito ai percorsi professionali ma anche e soprattutto per il ruolo che, nella società italiana, ha la famiglia di origine nel determinare le potenzialità di inserimento in settori professionali protetti come le libere professioni. Probabilmente, per queste ragioni, nel caso delle famiglie delle fasce sociali più deboli, le scelte di investimento in formazione universitaria sono determinate più dai costi immediati che dai benefici attesi. Nel computo dei costi a carico delle famiglie, sono ovviamente comprese le tasse universitarie ma queste incidono in misura relativamente modesta (stimabile in media attorno al 10 per cento dei costi totali). Molto rilevanti sono altri fattori di costo: l’alloggio, il vitto, le spese per acquisti di beni e servizi funzionali alla formazione. Se si considera che questi costi sono, almeno in parte, proporzionali alla condizione economica della famiglia di provenienza degli studenti dobbiamo concludere che, nonostante la leggera progressività delle tasse universitarie, la loro incidenza sul bilancio degli studenti sia poco variabile rispetto al miglioramento delle condizioni socioeconomiche delle famiglie degli studenti.
Il quadro appena delineato si modifica solo di poco se si considera l’attività degli enti per il diritto allo studio, che si occupano di gestire i finanziamenti, i servizi (alloggi, vitto, ecc.) e le borse di studio in favore degli studenti delle fasce sociali meno agiate. E questo in ragione dell’esiguità relativa delle risorse pubbliche destinate a questa finalità: gli enti per il diritto allo studio incidono per appena il 7 per cento delle risorse pubbliche destinate alla formazione universitaria.
L’effetto di questa struttura dei costi e dei benefici attesi degli studi universitari è abbastanza evidente: la situazione sociale ed economica delle famiglie condiziona fortemente la probabilità di iscriversi all’università, di terminare con successo gli studi e di valorizzarli adeguatamente nella propria professione. L’attuale modello di garanzia del diritto allo studio si basa su un ingente finanziamento pubblico a diretto sostegno della formazione universitaria (circa lo 0,6 per cento del PIL), finalizzato a mantenere basse le tasse universitarie per tutti, e su un limitato impegno finanziario per i trasferimenti e i servizi agli studenti in condizioni socioeconomiche relativamente meno agiate (solo lo 0,07 per cento del PIL). Il risultato di questo modello è che le famiglie delle fasce sociali relativamente meno agiate (da cui provengono meno studenti universitari) finanziano gli studenti delle famiglie delle fasce sociali più agiate (nelle quali si concentra il maggior numero di beneficiari della formazione universitaria pubblica).
1.2. Un nuovo modello di garanzia del diritto allo studio
L’attuale sistema comporta alti costi finanziari (perché deve tenere basse le tasse per tutti) e una scarsissima efficienza (perché sono altri i fattori che limitano l’investimento universitario delle famiglie meno agiate). Proponiamo quindi di ridisegnare il sistema di finanziamento della formazione universitaria fondandolo su un efficace modello di garanzia del diritto allo studio. Per raggiungere questo risultato, proponiamo i seguenti interventi sulla struttura finanziaria e istituzionale del sistema universitario.
Separazione delle competenze su diritto allo studio e formazione universitaria. Le funzioni di garanzia del diritto allo studio, le relative responsabilità e i finanziamenti, dovrebbero essere attribuite integralmente ed esclusivamente agli enti per il diritto allo studio, riorganizzati in un'agenzia regionale, e, quindi, separate dalle funzioni relative alla formazione universitaria di competenza degli atenei.
Finanziamento pubblico indiretto della formazione universitaria. La maggior parte delle risorse pubbliche erogate direttamente agli atenei per il sostegno alla formazione universitaria (per esempio, il 75 per cento, ossia lo 0,45 per cento del PIL) dovrebbero essere destinate al finanziamento del potenziamento e dell’estensione (per esempio, facendo salire dall’attuale 15 per cento circa al 65-70 per cento la quota della popolazione studentesca assistita) degli strumenti gestiti dagli enti per il diritto allo studio (borse di studio, prestiti d’onore, servizi, ecc.). La perdita di risorse determinata nei bilanci degli atenei dallo storno dei finanziamenti a beneficio del diritto allo studio dovrebbe essere coperta dall’incremento generalizzato delle tasse universitarie (per esempio, con una copertura media del costo della formazione nell’ordine del 75 per cento a fronte dell’attuale 15 per cento). Le tasse universitarie dovrebbero essere pagate direttamente agli atenei dagli studenti non aventi diritto all’assistenza degli enti per il diritto allo studio, mentre verrebbero corrisposte dagli enti stessi per conto di tutti gli altri studenti (indipendentemente dallo specifico trattamento che, come si dirà in seguito, dovrà essere collegato alla condizione socioeconomica delle famiglie).
Nuovo modello di sostegno per il diritto allo studio. Gli enti per il diritto allo studio dovranno erogare agli studenti provenienti da famiglie eleggibili per il sostegno pubblico dei “pacchetti per il diritto allo studio” personalizzati. L’eleggibilità per il sostegno pubblico dovrà essere determinata in base ad un’adeguata verifica dei mezzi regolamentata dal Ministero ma gestita dagli enti per il diritto allo studio. I pacchetti per il diritto allo studio dovranno essere strutturati attraverso diversi strumenti:
a)borse di studio:
per la copertura parziale o totale delle tasse universitarie (la cui erogazione all’ateneo avviene a cura dell’ente per il diritto allo studio), delle spese di vitto ed alloggio, delle spese per l’acquisto di beni e servizi funzionali agli studi;
per l’incentivazione dell’eccellenza negli studi;
b)prestiti d’onore: crediti a tasso agevolato per la copertura delle tasse universitarie (la cui erogazione all’ateneo avviene a cura dell’ente per il diritto allo studio), delle spese di vitto ed alloggio, delle spese per l’acquisto di beni e servizi funzionali agli studi.
Al crescere della condizione socioeconomica della famiglia, la struttura del pacchetto di sostegno passa gradualmente dalla borsa di studio (idealmente concepita per le fasce sociali più deboli) ai prestiti d’onore (concepiti come forma di sostegno tipico per le fasce sociali medie). Infine, all’approssimarsi della condizione socioeconomica della famiglia alla soglia massima per la concessione dell’assistenza, l’agevolazione sul tasso di interesse per il prestito d’onore tende ad annullarsi.
Le borse di studio (e i prestiti d’onore) sono concessi, dopo il primo anno di corso, con un criterio meritocratico “minimo” basato sul mero superamento degli esami previsti dal piano di studi, che consenta un margine di tolleranza moderato oltre il quale il sostegno viene revocato. Le borse di studio per l’incentivazione dell’eccellenza negli studi vanno previste obbligatoriamente (destinando ad esse una quota del bilancio dell’ente per il diritto allo studio) e vengono attribuite agli studenti eleggibili (in base alla condizione socioeconomica) in proporzione del superamento di obiettivi di elevato merito stabiliti sulla base della media dei voti degli studenti del medesimo settore disciplinare e anno di corso negli ultimi anni accademici.
La nuova agenzia regionale per il diritto allo studio dovrà essere la pietra angolare del modello proposto e, pertanto, occorrerà svilupparne i modelli organizzativi per garantire il raggiungimento di standard di qualità amministrativa adeguati al compito da svolgere (che implica il trattamento in tempi e modi consoni di decine di migliaia di posizioni eleggibili ogni anno).
Inoltre, questa nuova agenzia dovrà svolgere una funzione di garanzia delle pari opportunità per il diritto allo studio, ampliando la gamma dei servizi forniti (per esempio, erogando assistenza sociale e psicologica agli studenti e coordinando i servizi di orientamento nelle scuole medie inferiori e superiori), con l’obiettivo di ridurre almeno in parte l’handicap delle famiglie a maggior rischio di disinformazione e di sottoinvestimento in formazione universitaria. In altri termini, le agenzie per il diritto allo studio dovranno svolgere una funzione di tutoraggio supplementare a quello delle famiglie, la cui forte disparità nelle condizioni socioeconomiche è uno dei principali fattori di segmentazione sociale nel nostro Paese.
2. Università e Società: lavoro e innovazione
Il rapporto tra Università e Impresa rappresenta uno dei principali punti di sofferenza per il nostro Paese. La spiegazione fondamentale riguarda la particolare storia imprenditoriale del nostro paese che ha basato il suo successo sull’innovazione di processo e sulla flessibilità organizzativa più che sull’innovazione di prodotto e sull’investimento in ricerca e capitale umano. Nonostante siano ovviamente presenti eccezioni importanti, casi di successo, punte di eccellenza, occorre ripensare in maniera profonda la politica regionale di sostegno all’innovazione tecnologica. In alcuni casi, questa politica, spesso pletorica e scarsamente orientata al risultato, costituisce un elemento di ostacolo al potenziamento dell’innovazione più che di incentivo. Un esempio dell’effetto quanto meno controverso della politica regionale di sostegno all’innovazione riguarda il “nodo” dei parchi tecnologici e dei centri per l’innovazione. Considerando il caso del Veneto, sono stati individuati ben 25 centri specializzati (di cui: sette nella provincia di Padova, sei in quella di Venezia, cinque in quella di Vicenza, quattro in quella di Treviso ed uno in ciascuna delle rimanenti province), con una evidente difficoltà di raggiungere la massa critica necessaria a promuovere istituzioni ed esperienze di eccellenza. Indipendentemente dall’attuazione o meno di forme di federazione tra Università del Veneto, è quanto mai evidente che la parcellizzazione degli interventi, il campanilismo e la mancanza di una visione e di un coordinamento regionale vero sono un ostacolo non più sostenibile non tanto dall'Università, quanto dal tessuto produttivo ed imprenditoriale della nostra regione.
Un importante ambito, spesso dimenticato, del trasferimento delle conoscenze e delle innovazioni scientifiche e tecnologiche riguarda la formazione e l’inserimento nell’ambito del tessuto imprenditoriale di personale ad alta qualificazione, attraverso i percorsi del terzo ciclo della formazione universitaria, in particolare, anche se non esclusivamente, attraverso le scuole di dottorato di ricerca. Nel nostro Paese, il dottorato di ricerca viene tradizionalmente interpretato come la porta di ingresso nel mondo accademico più che come l’interfaccia di collegamento tra la ricerca universitaria e l’innovazione in imprese e pubbliche amministrazioni. L’esperienza internazionale suggerisce un cambiamento urgente in questo ambito per consentire al nostro paese di raggiungere livelli di accumulazione di capitale umano e di innovazione nelle produzioni compatibili con la competizione globale.
Come illustrano numerosi casi di successo in Italia e nel mondo, l’accrescimento del livello della formazione degli imprenditori e dei loro dipendenti rappresenta lo strumento principale per assicurare al Paese un futuro di innovazione, riconversione dei processi produttivi, competitività e quindi sicurezza economica.
Il rapporto tra Università e Territorio è quindi cruciale. L’Università deve essere in grado di attrarre e formare personale di alta qualità (aprendo la competizione per l’ingresso nei percorsi di formazione di terzo ciclo a livello internazionale, rafforzando le scuole di dottorato anche attraverso la loro aggregazione, ecc.), tuttavia la chiave del successo sta nell’inserimento di queste figure professionali ad alta qualificazione nel mondo del lavoro, nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni. Occorre certamente un profondo cambiamento di mentalità, a partire dal corpo accademico che deve dimostrare di credere in questa prospettiva (altrimenti non sarebbe ben chiaro perché altri – imprenditori, politici – dovrebbero farlo). Tuttavia, sono cruciali anche le politiche di sostegno a questo processo di inserimento dei dottori di ricerca nei processi produttivi. Sebbene alcune politiche nazionali vadano in questa direzione, occorre rendere l’insieme degli interventi più forte e coerente, soprattutto a livello regionale. Oltre agli interventi di miglioramento e adeguamento agli standard internazionali delle scuole di dottorato, purtroppo ancora carenti in molti casi, occorre attivare interventi specifici per la creazione di un’imprenditorialità ad alto valore aggiunto, per esempio mediante programmi di venture capital dedicati a questo segmento della forza lavoro.
































